Nativa il franchising della Marijuana se e quando sarà legale

Nativa il franchising della Marijuana se e quando sarà legale

La marijuana è illegale ma c’è già una catena in franchising
Un gruppo, battezzato Nativa, lancia un portale per raccogliere manifestazioni d’interesse a un’ipotetica serie di negozi specializzati in cannabis, in stile Eataly

NativaIn Italia la marijuana continua a rimanere illegale. Il consumo personale della sostanza ricavata dalla pianta di cannabis è depenalizzato e dunque punito con sanzioni amministrative sopra il mezzo grammo, l’uso terapeutico è invece consentito fino dal 2007 sebbene farraginoso per le trafile e per i costi della materia prima, interamente importata e a carico del paziente. Fino a un decreto-legge del 2014 e alle leggi emanate da 12 regioni, Toscana, Puglia, Veneto e Piemonte su tutte. Il quadro, in questo senso, dovrebbe mutare con un nuovo regolamento ministeriale e con la coltivazione di Stato in corso allo stabilimento farmaceutico militare di Firenze. In generale, legislazione, prassi e sanzioni sono un ginepraio assoluto.

Intanto, in Italia, comincia a muoversi qualcosa anche sotto il profilo commerciale. Ebbene sì: manca ancora una legge per la legalizzazione – c’è una proposta appesa dall’anno scorso firmata dall’Intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis – e non è detto che riesca a essere approvata entro la fine della legislatura.

A dire il vero, le priorità sembrano altre. Eppure Nativa, un misterioso e neonato marchio 100% italiano per la vendita di marijuana, sembra scommettere proprio sul 2016 quale anno della svolta. E ha cominciato a proporre una vera e propria preaffiliazione al proprio franchising potenziale oltre che una strategia fatta di “suggestioni di marketing e azioni di comunicazione”.

C’è un sito – www.cannabisnativa.it – lanciato per valutare l’interesse del mercato per la proposta di business oltre che per anticipare altri possibili player “ed entrare così per primi nell’immaginario dei consumatori con un brand forte, elegante e legato alla tradizione di eccellenza agroalimentare che da sempre caratterizza il nostro paese agli occhi di tutto il mondo” recita il comunicato riallacciandosi alla storica e massiccia coltivazione canapiera nel nostro Paese fra Ottocento e anni 40 del ‘900.

“Siamo certi che il 2016 sarà l’anno della legalizzazione della marijuana – commentano con smisurato ottimismo da Nativa– e abbiamo deciso di scommettere su questo. Una volta che il mercato sarà emerso saranno tante le possibili strade per interfacciarsi con questa opportunità e abbiamo passato buona parte del 2015 a studiare la migliore strategia di marketing concretizzando un’idea di business che avevamo in mente da tempo, studiandone costi, criticità e fattibilità”. L’iniziativa in se non è una bufala: probabilmente non avrà alcuno sviluppo in termini concreti, ma questo è un altro discorso. C’è infatti una proposta di franchising abbastanza precisa con dei costi messi nero su bianco (22.500 euro il gettone d’entrata, 50 mila euro la stima per progetto, arredamento, sistema di cassa e bilancia, training) e delle indicazioni per i locali (superficie ideale fra 40 e 70 metri quadrati, commessi bilingue, luoghi centrali delle città e così via).

L’obiettivo sembra essere da una parte quello di trasformare, ancora prima che la marijuana venga legalizzata, la sua percezione in un prodotto di eccellenza in grado di essere coltivato e commercializzato con successo in Italia. Un po’, per capirci, alla Slow Food o alla Eataly. Dall’altro quello di spingere il dibattito verso quello che sta succedendo per esempio negli Stati Uniti, dove alcuni stati (fra cui Colorado e Washington) hanno legalizzato l’uso della marijuana a scopo ricreativo con ottimi risultati economici.

A sostegno di questa bizzarra iniziativa di, chiamiamolo così, pseudofranchising, Nativa – una sigla dietro cui si nascondono, preferendo per ora rimanere nell’anonimato, manager e imprenditori del marketing e della comunicazione – porta non solo le stime sul mercato domestico – un pachiderma da tre milioni di chili l’anno e circa 2,5 milioni di consumatori – ma anche le potenzialità di quello turistico e dei consumatori dormienti, più propensi all’acquisto di una sostanza del genere una volta che sia stata legalizzata.

Insomma, se avreste voglia di diventare commercianti di cannabis basta registrarvi per manifestare il proprio interesse a rimanere aggiornati e null’altro. “Scopo di questo sito non è quello di indurre i visitatori ad attività contrarie alla legge vigente o di creare situazioni di proselitismo (punibili ai sensi dell’art. 82 dpr 309/90) tramite l’esaltazione della coltivazione – si legge in un lungo e preciso disclaimer compilato in virtù della delicatezza della materia – bensì quello di informare e dibattere delle caratteristiche medico-terapeutiche nonché delle utilizzazioni industriali e commerciali della cannabis e dei suoi derivati”.

di Simone Cosimi da gqitalia.it
Nasce il franchising della cannabis
L’azienda italiana Nativa sonda il terreno in attesa della legalizzazione. Ma il ministro Orlando frena

Gabriele Bertocchi – Lun, 11/01/2016 – 19:21
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“Siamo certi che il 2016 sarà l’anno della legalizzazione della marijuana”.

È la convinzione di un gruppo di agronomi e imprenditori italiani che ha deciso di iniziare a mettere le basi per la commercializzazione e la vendita.

Vendita, coltivazione e consumo sono vietati dalla legge. Ma il dibattito se rendere la sostanza legale ferve, ma di certo non è su una strada spianata. In compenso il franchising della marijuana ha già iniziato a muovere i primi passi. Gli obiettivi sono ben chiari: presidiare un mercato con enormi potenzialità , che prima o poi si aprirà, e quando i tempi saranno maturi arrivare prima degli altri.

Così è nata Nativa, che per il momento ha messo la sua idea solo online, per capire “l’interesse del mercato a questa proposta di business” ma anche “per anticipare altri player ed entrare così per primi nell’immaginario dei consumatori con un brand forte, elegante e legato alla tradizione di eccellenza agroalimentare che da sempre caratterizza il nostro paese agli occhi di tutto il mondo”. “Abbiamo deciso di scommettere su questo. Una volta che il mercato sarà emerso saranno tante le possibili strade per interfacciarsi con questa opportunità e noi abbiamo passato buona parte del 2015 a studiare la migliore strategia di marketing concretizzando un’idea di business che avevamo in mente da tempo, studiandone costi, criticità e fattibilità” ha commentato il managment di Nativa. Un’idea che prevede negozi monomarca nelle principali città italiane; coltivazioni anche all’aperto in zone come Chianti, Salento e Cilento; prodotti 100% naturali e sviluppati in terra (niente coltivazione idroponica); solo marijuana fumabile.

“Elevare la marijuana a prodotto di eccellenza, che unisce la sapienza indiscussa dei nostri agricoltori a un know how specifico che l’Italia ha sempre avuto nella coltivazione della cannabis”. Le stime dicono che gli italiani consumano ogni anno circa 3 milioni di kg di cannabis. Un sondaggio di Nativa (su 500 consumatori abituali) ha evidenziato come il 65% degli intervistati sia costretto ad accontentarsi di quello che trova e che, se potesse, preferirebbe scegliere cosa fumare come in altri paesi nel mondo (85%). Si dicono privi di senso di colpa (76%) e ritengono che l’attuale legge sia senza senso (85%). La qualità che il consumatore italiano riesce a ottenere è spesso di basso livello ma si ignora cosa si stia fumando se non affidandosi a verifiche empiriche come l’aspetto, l’odore, la presenza di semi, l’effetto. Quello su cui quasi tutti i consumatori di marijuana concordano è la pessima informazione che i media comunicano sull’argomento (92%).

Se il marketing si muove, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando frena. E spiega che il decreto atteso venerdì in Cdm prevede invece una depenalizzazione per chi è già autorizzato a coltivare cannabis per uso terapeutico e viola le prescrizioni. In questo caso il reato viene trasformato in sanzione amministrativa pecuniaria. Ma a chi gli chiede se la norma verrà confermata il ministro dice: “E’ ancora in corso una valutazione sul testo”.

da ilgiornale.it

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