Il franchising del miele

Per ogni territorio c’è un miele da scoprire all’insegna della storia e della cultura

citta_del_mieleBasta lasciarsi guidare dalle oltre 40 varietà del miele italiano e scegliere tra una località di mare o di montagna, le città d’arte o la natura incontaminata.  In linea con le ultime tendenze del turismo enogastronomico, le Città del Miele del Belpaese, l’associazione che riunisce 42 Comuni, 3 Comunità montane, una Provincia e un Parco regionale, che dalla Valle d’Aosta alla Sicilia offrono una produzione d’eccellenza e territori di grande rilievo storico, ambientale e culturale, rappresentano una meta perfetta per tutte le stagioni. Infatti, non tutti sanno che l’Italia è l’unico Paese al mondo ad offrire un assortimento eccezionale per qualità e quantità, grazie a oltre 40 diverse tipologie di miele monoflora e multiflora, la maggior parte delle quali uniche proprio per la loro identità territoriale esclusiva.

“Le Città del Miele – ha affermato il presidente Dino Robaldo – rappresentano un percorso turistico unico nel loro genere, dove la qualità della vita è certificata dalle api, la cui presenza testimonia la mission delle stesse Città, che è quella di conservare e tutelare la natura, il paesaggio, la storia e le tradizioni culinarie, e non solo, che caratterizzano la ricca offerta dei singoli territori, tutta da provare e da scoprire”.

Per ogni territorio esiste un miele da scoprire o riscoprire, un percorso unico ed originale ogni volta, mai uguale a sé stesso, una vera e propria mappa degli alveari, ricca di itinerari nella natura in sentieri da percorrere a piedi, in bicicletta o a cavallo, percorsi all’insegna della storia e della cultura attraverso borghi, pievi e castelli sparsi nel territorio, passeggiate per ville e giardini, piacevoli soggiorni termali, soste nei parchi e nelle oasi naturalistiche ed escursioni lungo fiumi o sulle coste. Nascono cosi’ percorsi alternativi su misura alla volta del miele preferito tra quelli piu’ conosciuti o da veri e propri intenditori: dal castagno al millefiori di alta montagna, dal rododendro all’acacia, dal tarassaco fino al tiglio, ciliegio, melata di bosco e robinia pseudoacacia delle Citta’ del Miele del Piemonte, o le varieta’ di acacia, castagno e millefiori oltre alla lupinella, erica e melata di metcalfa della Liguria e tanti altri.

“Le Città del Miele – ha aggiunto Robaldo – dal Piemonte alle grandi isole attraverso tutta la penisola italiana, sostengono ecitta_del_miele1 promuovono un’insieme di azioni ed eventi divenuti nel tempo strumenti di supporto promozionale al mondo dell’apicoltura». In particolare le Città del Miele, che riuniscono idealmente una popolazione di quasi un milione di abitanti, danno vita ogni anno ad oltre 25 manifestazioni di settore, con un investimento complessivo in promozione dei mieli italiani che supera il mezzo milione di euro”.

Alle iniziative promosse dalle singole Città del Miele, con una ricca agenda di “appuntamenti con il miele” lungo tutto il Belpaese, si affianca un’attività collettiva la cui mission è quella di promuovere i territori dei mieli italiani, attivando così una nuova offerta di “turismo del miele”: dalla Guida delle Città del Miele, vera e propria mappa degli alveari italiani, all’originale progetto “MielotecaItaliana”, ideale franchising istituzionale dedicato ai mieli italiani, attivato in collaborazione con apicoltori e cooperative di giovani presenti sui singoli territori (da Montezemolo a Matelica, da Chatillon a Calice al Cornoviglio fino a Aulla).

da IMPRESAMIA.IT e TROVANOTIZIE.COM

Hydrogen franchising?

Alberto Bresci, fondatore di Hydrogen, racconta a ThinkLUX la filosofia di un marchio che in pochi anni è cresciuto in maniera importante in Italia e all’estero e che oggi punta tutto sul retail e sull’innovazione.

hydrogenModa, ironia, made in Italy e la voglia di guardare lontano. Di gettarsi a capofitto in un progetto: un sogno da trasformare in realtà. E’ questa la ricetta di Alberto Bresci, che a ThinkLUX racconta la filosofia di Hydrogen,
il marchio di abbigliamento che ha creato. E che, partendo dalle felpe per Fiat e altri brand famosi, sta portando Bresci in Cina, Corea e nei mercati di tutto il mondo ora con tre linee di abbigliamento diverse: Hydrogen, Bronzaji e H2S. Una sfida che è nata quasi per caso.

«L’idea di Hydrogen nasce quasi per gioco», spiega Alberto Bresci. «Rientrato in Italia da Londra, per trascorrere le vacanze estive, ho avuto questa ispirazione: vorrei fare un marchio di abbigliamento che rispecchi un po’ il mio stile di vita e che sia diverso dal solito. Il 31 agosto 2003 ero già dal notaio a costituire la società».

Dalla «Camicia Avvocato» (nata da una vera camicia di Gianni Agnelli reinventata con due bandiere tricolori sui polsini) alle collezioni per Fiat, MV Agusta, Cigarette, Chupa Chups fino a quelle con marchio H2S: c’è un fil rouge che lega a livello creativo tutti i suoi progetti?
La Camicia Avvocato è il pezzo evergreen di Hydrogen e l’unico che è sempre presente in collezione dal primo giorno. Per quanto riguarda i vari co-branding e le collezioni fatte in questi anni cerco sempre di inventarmi qualche cosa di nuovo, qualcosa che faccia venir voglia di essere acquistato, il tutto mantenendo sempre l’identità di Hydrogen. Nel mio portafoglio personale e aziendale ho lavorato con brand e famiglie tra le più importanti al mondo e quindi posso dire che Hydrogen può ben combinarsi con partner completamente diversi tra loro: auto, barche, chewingum e questo per me è un motivo di grande orgoglio.

Dove prende l’ispirazione per creare idee e progetti sempre nuovi?
Ho la fortuna di aver vissuto molti anni all’estero e di viaggiare moltissimo. Non vado mai a fiere di moda ma la moda la creo guardando le persone che incontro viaggiando e cerco di prendere spunti da questo. Penso sia questa la mia forza perché non tendo a farmi influenzare da tutto quello che fanno le altre aziende di moda, ma mixo modi di vestire di gente comune lavorando su colori, fitting, dettagli che piacciono a me. Comunque osservo moltissimo, quasi tutto ciò che mi circonda.

Qual è il consiglio che si sente di dare ad un ragazzo giovane come lei che vuole diventare imprenditore nel mondo della moda?
Il mio consiglio è semplicemente di creare in ciò che sta facendo. Sicuramente non è facile e bisogna fare molti sacrifici, ma il mio motto è “volere è potere”.

Secondo lei la crisi ha cambiato i «valori» che i consumatori cercano in un prodotto spostando nuovamente l’attenzione su qualità, value for money e innovazione e meno sul brand fine a sé stesso?
Secondo me senza qualità non si va da nessuna parte ed un brand non può esistere. In questo momento di crisi credo che questo fattore sia ancora più importante. A mio parere un brand per essere forte deve per forza avere caratteristiche qualitative e di immagine al top ed ovviamente un prezzo giusto. Né troppo caro né troppo cheap.

Quali sono i mercati di riferimento per Hydrogen?
Italia, Europa in generale e Giappone.

Quali sono invece i paesi dove pensate di crescere di più nel 2009?
Sicuramente l’Europa ma anche in Cina e Corea (nuovi mercati per noi) e Giappone dove già siamo molti forti ma dove vogliamo continuare a crescere soprattutto con la donna. Puntiamo molto anche sugli Stati Uniti e sulla nostra linea sportswear H2S.

Oltre alle boutique di Capri, Zagabria e Miami c’è allo studio qualche nuova apertura? Pensate di sviluppare il retail anche in franchising?
Sì, ci stiamo pensando. Molto probabilmente entro la fine dell’anno apriremo il primo negozio monobrand Bronzaji a Milano. Per quanto riguarda Hydrogen sono molte le richieste e opportunità che stiamo vallutando ma vorremmo muoverci step by step, come è nel nostro dna.

Quali sono le novità previste per il 2009 sul fronte dell’allargamento della gamma dei prodotti?
Hydrogen manterrà sempre la propria identità e quindi capi di luxury sportswear. Una novità sarà l’eyewear, il beachwear e una nuova linea di calze.

Tra quelle realizzate qual è la sua felpa preferita?
Un po’ tutte, ma se dovessi sceglierne una direi la prima, «chill out in Paris».

Cos’è per lei il lusso?
Il lusso sono i dettagli, che a mio parere sono sempre importantissimi.

da THINK LUX

Gruppo Coin, OVS intervista

coin_ovsLa partnership con Inglesina, il lancio di nuovi format, lo sviluppo all’estero e, soprattutto, le sedici nuove aperture realizzate in simultanea sul territorio nazionale. Il 2009 si prospetta ricco di novità sotto molteplici aspetti e all’insegna dello sviluppo per la catena del gruppo Coin, che ha deciso di affrontare “l’anno della crisi” puntando il piede sull’acceleratore.

La redazione di DM ha chiesto a Fabio Pampani, direttore generale di OVS Industry, di fare il punto della situazione e di illustrare le prospettive di crescita.

Come procede l’operazione di conversione dei negozi Melablu acquisiti a dicembre 2008? E quali sono gli obiettivi da raggiungere entro fine anno?
A febbraio e marzo abbiamo riaperto a insegna OVS Industry i primi negozi acquisiti da Melablu e stiamo avendo grandi soddisfazioni. Considerando i risultati, con questi punti vendita che fatturano il doppio rispetto a quando erano sotto l’insegna Melablu, abbiamo deciso di accelerare il processo. A metà mese abbiamo aperto 7 negozi e 9 la settimana successiva arrivando a quota 36, cui si aggiungeranno altre 20 inaugurazioni entro la fine di agosto. Dei 60 punti vendita Melablu, quindi, 56 diventeranno OVS Industry. Queste operazioni richiedono un impegno significativo, ma portano riscontri favorevoli sotto molteplici aspetti. Possiamo anche affermare con soddisfazione di aver creato 700 posti di lavoro, riconfermando i 500 dipendenti il cui posto era a rischio e assumendone altri 200 in seguito alla crescita.

Ma le novità non finiscono qui ed evidenziano un forte interesse verso il mondo del bambino. Quali sono le principali iniziative in questo ambito?
OVS Industry si conferma leader nel settore dell’abbigliamento bambino: in Italia ogni giorno un bambino su tre veste i nostri capi e ammontano a 2,6 milioni, a circa il 70% del mercato, le mamme che scelgono i nostri negozi. In questo contesto si inserisce la partnership con Inglesina, una delle prime aziende europee nel settore della puericultura. Da questo mese è possibile trovare, in 130 punti vendita della rete, la linea di articoli per l’infanzia realizzata in esclusiva, “Inglesina per Oviesse”. Si va dai passeggini Swift ai seggiolini auto Moovy per bambini dai 0 ai 18 Kg e Loony per i più grandi fino ai 36 kg fino ai marsupi Front, alle sedie da tavolo Fast e alle borse in rosso e blu, colori rappresentativi del brand. Inoltre ci siamo sempre impegnati a rispettare con estrema cura le norme in materia di produzione e tutte le nostre linee per la prima infanzia sono certificate con il marchio Oeko-Tex, a garanzia che tutto il processo di lavorazione avviene in assenza di sostanze tossiche.

Avete anche lanciato dei nuovi format legati all’universo kids e ovsdegli adolescenti. Può descrivere questo progetto?
Circa un mese fa abbiamo aperto a Loano (Sv) e Trento i primi due negozi a insegna Baby Angel, la linea pensata in esclusiva da Elio Fiorucci per OVS Industry e caratterizzata da capi moderni e colorati, elevato standard qualitativo e ottimo rapporto qualità-prezzo. A metà maggio ha invece aperto i battenti a Napoli, nella centralissima via Toledo, il primo OVS Kids: uno store di 300 mq interamente dedicato al bambino e al neonato con la linea Fagottino. All’estero sono già presenti alcuni negozi OVS Kids e abbiamo intenzione di continuare a sviluppare questo format in franchising, sia in Italia che oltre confine.

Dunque anche l’internazionalizzazione dell’insegna rientra nei vostri piani di sviluppo per l’anno in corso?
Entro la fine dell’anno prevediamo di arrivare a circa 70 store all’estero suddivisi tra Europa Orientale e Medio Oriente. Dopo la recente inaugurazione di Sarajevo, il mese di maggio vede ben cinque aperture: Dubai, Damasco, Aleppo, Tallinn e Chisinau. L’iniziativa più importante riguarda l’inaugurazione del primo store a nella capitale degli Emirati Arabi con una superficie di 1.500 metri quadrati all’interno del prestigioso Dubai Mall. Per quanto riguarda il panorama europeo, il nostro riferimento sono i Paesi dell’Est, che consideriamo strategici per lo sviluppo della nostra rete di vendita, in quanto estremamente giovani ed emergenti.

da DISTRIBUZIONE MODERNA

Ecologos Negozio Leggero a Torino

Ha aperto da dieci giorni ed è già un successo il primo “Negozio leggero”, l’unico shop in Italia a vendere solo prodotti sfusi o alla spina.

ecologosNato da un’idea di Ecologos, ente di ricerca che si occupa da anni di riduzione dei rifiuti alla fonte, il punto vendita è il capostipite di un futuro franchising che vuole coniugare il rispetto per l’ambiente, la tutela del consumatore e il recupero degli antichi sapori.

“Attraverso l’esperienza maturata in progetti come Riducimballi e Detersivi Sfusi abbiamo riscontrato nella gente un certo interesse per i prodotti alla spina – spiega Cinzia Vaccaneo, presidente di Ecologos – è nata così l’idea di mettere al servizio delle persone la nostra formazione nel settore, soprattutto in momento di crisi come questo”.

Il “Negozio leggero” recupera la tradizione delle antiche drogherie, non rinunciando contemporaneamente a un design interno moderno e accattivante; è in grado di dialogare così con una clientela trasversale per età e gusti, offrendo a tutti un ottimo rapporto qualità prezzo. “Garantiamo un risparmio dal 35% al 60% – conferma Vaccaneo – ecologos1abbiamo inoltre molti prodotti a chilometri zero come il vino, tutto piemontese, il detersivo, le farine e i legumi tipici del territorio”.

Ma non è tutto. Il punto vendita si distingue per una particolare attenzione nella riduzione degli imballaggi non solo al consumo ma anche sulla merce in arrivo ed è gestito da ricercatori esperti che educano e consigliano i clienti ad ogni singola “spesa alla spina”. Tra gli scaffali di questo innovativo esercizio commerciale si può d’altronde trovare quasi di tutto: dal sapone a pezzi alle spezie, dalla pasta alla frutta caramellata, dalle più particolari farine per dolci alla cera per candele fino ad arrivare ai trucchi per donna, da comporre in trousse personalizzate, e ai pannolini in cotone per bimbi; molto presto, infine, sarà disponibile anche un erogatore di latte crudo.

Franchising salvifico

franchising01Sarà il franchising a salvare il commercio al dettaglio? Dipingere la situazione in questo modo probabilmente è eccessivo. Anche perché la contrazione dei consumi registrata nel 2008 (-3% le vendite medie complessive, la peggior performance dal 1992) non permette a nessuno di sentirsi al riparo, né tantomeno di attribuirsi proprietà salvifiche. Di certo però lo scorso anno le catene in affiliazione sono andate in controtendenza. A dirlo sono le cifre elaborate dal centro studi Quadrante, specializzato in analisi e servizi di consulenza per le imprese del franchising: secondo i suoi esperti nel 2008 il giro d’affari dei punti vendita affiliati è cresciuto dell’1,5%, arrivando a sfiorare i 22 miliardi di euro, mentre il numero delle insegne attive e quello delle aperture si sono mantenuti sostanzialmente stabili (i dati, non ancora definitivi, indicano una «forchetta» compresa tra lo zero e il 2% in più). Insomma, niente di esaltante, soprattutto se si considera che fino al 2007 il tasso di crescita medio delle tre aree è stato rispettivamente del 6, dell’8,9 e dell’8%. «Ma si tratta comunque di numeri che testimoniano una tenuta importante» dice a Economy Luigi Grassi, economista ed esperto di politiche di marca del centro studi Farsi di Pinerolo. «Questo naturalmente non significa che il settore sia del tutto immune dalla crisi, ma di certo per sua natura dispone di anticorpi più attrezzati rispetto al commercio al dettaglio classico».
A confermare le parole di Grassi ci sono altri numeri, messi questa volta in fila da Confimprese (l’associazione che riunisce oltre 250 insegne del settore retail) nel suo ultimo rapporto Il franchising in Italia, presentato a fine 2008. Negli ultimi due anni, secondo il documento, la crescita degli esercizi commerciali tradizionali si è fermata a un modestissimo 0,18%, una media quasi 20 volte inferiore rispetto a quella dei negozi in rete. Mentre sul fronte dell’occupazione gli addetti del franchising sono passati da 176 mila a 183 mila (+3,5%), a livello complessivo la contrazione nel settore retail è stata di oltre 4 mila posti. «È possibile che una parte di quei 4 mila esuberi, però, sia costituita da persone che hanno deciso di mettersi in proprio, magari restando nel commercio e scegliendo una formula diversa come quella del network» osserva Grassi. «Se fosse vero, si tratterebbe di un altro importante segnale di vitalità».
Ma quali sono le ragioni che in un momento come questo potrebbero spingere un imprenditore a puntare sulla formula del franchising? Le prime due le hanno suggerite Luca Pellegrini e Mario De Vivo, rispettivamente presidente di Trade Lab e direttore marketing di Ovs Industry, sull’ultimo numero della rivista di settore Az Franchising. «Il sistema franchising divide il rischio d’impresa tra due soggetti diversi, riducendo quindi investimento ed esposizione per chi apre un nuovo esercizio» ha ricordato Pellegrino. Mentre De Vivo ha aggiunto che la formula di rete «permette di focalizzare meglio competenze, risposte, strategie commerciali e promozionali».
In uno scenario di scarse prospettive come quello offerto attualmente dall’Italia, poi, aprire un punto vendita in franchising può diventare una boa di salvataggio anche per chi è in cerca di un’occupazione a costi d’ingresso accessibili: nell’ultimo anno, secondo Assofranchising, questo è stato il motore principale della scelta per circa il 65% dei nuovi franchisee.
Tra gli effetti trainanti Confimprese include anche le dinamiche di mercato del nostro Paese, unica eccezione in un panorama occidentale che negli ultimi decenni ha realizzato grosse aggregazioni per aree tematiche (food, moda, arredo, credito al consumo e servizi). In Italia, invece, la distribuzione al dettaglio è ancora parcellizzata. L’unica eccezione è rappresentata dal comparto tessile/abbigliamento/calzature, forse non a caso uno degli ambiti a maggiore crescita, dove un negozio su dieci (uno su cinque se si escludono scarpe da adulti e intimo) opera all’interno di un network. Per questo molti addetti ai lavori continuano, nonostante la crisi, a suggerire investimenti in questo comparto, a patto di trovare il giusto equilibrio tra fascia di prezzo e qualità del servizio.
Ma Enrico Cietta, docente di economia della moda all’Università Cattolica di Milano e autore del saggio La rivoluzione del fast fashion (Franco Angeli 2008), non è d’accordo: «Credo che le catene di abbigliamento in franchising stiano andando verso la saturazione» dice Cietta selezionando insieme con Economy sette settori su cui scommettere nonostante la crisi (vedere riquadro a pagina 86).
Anche se le premesse sono vincenti, naturalmente, nessun investimento può dirsi al riparo dai rischi: il turnaround dei punti vendita è una realtà, anche se il fenomeno appare più contenuto rispetto ai numeri messi in mostra dal commercio tradizionale. Non tutte le insegne danno la stessa garanzia di affidabilità per il partner né si può escludere, come già accaduto e non solo al Sud, il coinvolgimento della criminalità organizzata in alcune sigle, considerate un ottimo canale per il riciclaggio di denaro sporco.
E a dire il vero qualche ostacolo allo sviluppo del commercio in rete esiste anche sul fronte del credito: negli ultimi cinque anni, denuncia Confimprese, è stato concesso un finanziamento solo al 25% dei richiedenti. Il problema è che per le banche il franchising non è un biglietto da visita preferenziale e ogni piccolo imprenditore che intenda affiliarsi a un’insegna deve fare i conti con la richiesta di garanzie personali e di terzi. Anche su questo fronte, per fortuna, qualcosa sembra essersi sbloccato: nell’ultimo anno diversi istituti (Unicredit, Veneto Banca, Intesa Sanpaolo e Bnl) hanno stretto accordi con alcuni brand, prevedendo crediti a tassi interessanti per chi desidera legarsi a quelle insegne.

da Blogonomy