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	<title>Blog Franchising &#187; storie</title>
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	<description>Tutto sui nuovi franchising - Informazioni su una nuova attività</description>
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		<title>Kipoint le traversie di un punto vendita</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 15:37:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Linda, beffata dalla promessa del successo &#8220;Stiamo per fallire per una società delle Poste&#8221; Nel 2007 un&#8217;opportunità nei punti vendita con tutta la gamma di prodotti postali per famiglie e uffici. Ma il franchising di Kipoint non decolla anche per via dei prezzi imposti e cominciano ad accumularsi i debiti Linda Romano all&#8217;interno del Kipoint [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1768" title="ki-point-logo" src="http://www.blog-franchising.com/wp-content/uploads/2010/06/ki-point-logo.gif" alt="ki-point-logo" width="300" height="120" />Linda, beffata dalla promessa del successo<br />
&#8220;Stiamo per fallire per una società delle Poste&#8221;<br />
Nel 2007 un&#8217;opportunità nei punti vendita con tutta la gamma di prodotti postali per famiglie e uffici. Ma il franchising di Kipoint non decolla anche per via dei prezzi imposti e cominciano ad accumularsi i debiti</p>
<p>Linda Romano all&#8217;interno del Kipoint di San Giorgio a Cremano<br />
&#8220;Cercavamo un&#8217;attività che potesse aiutare la famiglia a campare, non ad arricchirsi. Ci siamo messe in società, io e mia sorella Lisa che anni fa è dovuta partire e ha trovato lavoro a Londra, da Harrods. Era un modo per farla ritornare in Italia. E non ci siamo riusciti&#8221;. Linda Romano, 30 anni, di San Giorgio a Cremano, laureata in Lettere, un figlio nato nel 2006, un secondo in arrivo, ha fatto diversi lavori sempre da disoccupata, &#8220;come la maggior parte dei napoletani&#8221;. Attraverso un&#8217;amica di Marano che aveva già aperto un punto vendita, nel 2007 scopre Kipoint, società delle Poste italiane. Una rete di franchising di spedizioni commerciali sul territorio nazionale, punti vendita che offrono una serie di servizi al pubblico: small office, house office, tutta la gamma di prodotti postali per famiglie, uffici e piccole imprese.<br />
Nel 2003 è Sda spedizioniere, partner del gruppo Poste italiane, a inventarsi questo progetto, perché la capogruppo intende sganciarsi dal servizio di spedizione pacchi e nel frattempo si è prospettata la privatizzazione dei servizi postali, e vuole assicurarsi una fetta del mercato e controllarlo. &#8220;Erano i primi tempi, non c&#8217;erano neanche molti Mailbox, negozi che fanno spedizione&#8221;, racconta Linda, ragazza vitalissima e intraprendente. Il progetto si presenta come una straordinaria opportunità. &#8220;Entro in contatto con un loro rappresentante del franchising. Dopo vari incontri ci dicono che aprire un Kipoint costa circa 70 mila euro. I soldi non li abbiamo sull&#8217;unghia, magari, mio marito lavoricchia abbiamo un piccolo ristorante a San Giorgio a Cremano&#8221;.</p>
<p>Il consiglio che riceve è fare la domanda a Sviluppo Italia. Una procedura lunga, due anni, ma l&#8217;istituto finanzia il franchising con l&#8217;intera somma, metà a fondo perduto, l&#8217;altra metà da restituire in sette anni con interessi abbastanza bassi rispetto alle banche. È la molla per aprire. I soldi a Kipoint vanno dati nel giro di un anno, divisi in varie tranche. Si trova il locale, in via Gianturco, a San Giorgio a Cremano, da ristrutturare, poi c&#8217;è l&#8217;allestimento che deve rispettare una precisa tipologia, nell&#8217;arredo e nelle dotazioni di materiale.<br />
Altri 30 mila euro di spese. &#8220;Li racimoliamo con le riserve di mia sorella Lisa, le mie, 4 mila euro e tutti i risparmi della famiglia&#8221;. Le difficoltà si presentano subito. &#8220;Ci danno un cd con un listino, ma quei prezzi, ce ne accorgeremo molto presto purtroppo, sono alti, troppo per il Sud dove la concorrenza è spietata. La società non si fa viva mai, non segue l&#8217;andamento dell&#8217;attività. Ci arrivano caterve di prodotti da Posteshop da vendere, che acquistati alle Poste costano meno. Il nostro errore più grande: ci siamo fidati ciecamente di loro, perché erano le Poste italiane e invece avremmo dovuto leggere con più attenzione il contratto&#8221;.</p>
<p>Quando Linda Romano apre il negozio, il primo dicembre 2008, non sa che altri punti vendita sono già falliti in mezza Italia. Sommersi di debiti, molti lavorano solo per coprire i costi. Tutto accade nel silenzio generale, non un articolo di giornale, poche notizie e sparpagliate sul mondo dei Kipoint. &#8220;A marzo, finalmente, ci arriva qualche email. Ci mettono in guardia perché, leggiamo, ci è stato venduto un prodotto non valido. Ci rendiamo conto che i nostri prezzi, imposti, non sono competitivi né con gli altri concorrenti né con le Poste stesse. Anzi, il nostro maggior concorrente è proprio la Posta. Il contratto, poi, ci impone di spedire con unico corriere, Sda, quello delle Poste. Kipoint omette anche di dotarci di strumenti di lavoro come la macchinetta per pagare le bollette, quella per le raccomandate che noi stiamo facendo lo stesso agli sportelli postali per conto dei nostri clienti. Verso giugno ci arriva anche la polizia amministrativa: ci contesta l&#8217;esercizio senza licenze che Kipoint, come franchising avrebbe dovuto darci: internet point, pratiche, certificati per il vettore che trasporta il pacco in auto&#8221;.</p>
<p>Linda stringe i denti, con l&#8217;aiuto della famiglia si dà da fare per tirare avanti la baracca. Un&#8217;impresa ogni giorno più difficile. &#8220;Siamo stati costretti a fare telefonate pubblicitarie, persino un volantinaggio. I clienti stanno con noi perché hanno fiducia nel nostro operato&#8221;. Linda si sfoga: &#8220;In base ai nostri calcoli, almeno dopo un anno avremmo dovuto pareggiare. Invece perdiamo 1500 euro al mese. Mio padre si è giocato tutta la liquidazione di una vita intera di lavoro alla Telecom. Sacrifici per darci un&#8217;attività, ma ora i soldi da investire sono finiti. Lavoro dalle nove di mattina alle sette di sera. I conti non tornano mai: 470 euro al mese a Sviluppo Italia, 700 euro di affitto, spese condominiali, telefono 350 euro ogni bimestre, 2500 euro di spese al mese. Sono tre mesi che non pago l&#8217;Inps, che mi chiede 2800 euro all&#8217;anno per la minima pensione, 720 euro ogni tre mesi, solo perché hai la partita Iva aperta, a loro non interessa se fatturi e guadagni&#8221;.</p>
<p>Il progetto del futuro è diventato la precarietà quotidiana. &#8220;L&#8217;avevo vista come una prospettiva di lavoro, se tornassi indietro non lo rifarei mai. Siamo vincolate per sette anni, a meno che un fallimento faccia chiudere tutto prima, e io ci sono vicina&#8221;. Lei e altri giovani che si erano lanciati nell&#8217;impresa hanno firmato un esposto all&#8217;Agicom. &#8220;Pensavamo che non ci avrebbero preso in considerazione, invece l&#8217;Autorità garante ha comminato a Kipoint una sanzione di 100 mila euro per pubblicità ingannevole. È ancora poco e loro stanno già contestando&#8221;. Storia perfetta per una class action. &#8220;Non si può. Nel contratto c&#8217;è una postilla: è possibile solo un arbitrato, con spese legali fino a 50 mila euro&#8221;.</p>
<p>Dal 2008, per i Kipoint in Italia sono più le chiusure che le aperture, su circa 170, hanno chiuso già in 70, e molti sono sul punto di arrendersi. &#8220;Siamo sulle barricate coi fucili spianati&#8221;, dice l&#8217;avvocato Fabiana Caroli, di Bologna, che assiste molti neo imprenditori. Sostiene: &#8220;Sono aziende progettate per non funzionare. Ognuna ha debiti intorno ai 100-200 mila euro, anni di lavoro senza guadagno, giusto per tenere aperto il negozio. La Kipoint ha un passivo di 2 milioni e 500 mila euro. Il direttore generale divisione Kipoint è Francesco Montuolo. Abbiamo presentato una decina di denunce in varie Procure d&#8217;Italia, si sono tutte insabbiate&#8221;.</p>
<p>di PATRIZIA CAPUA da repubblica.it</p>
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		<title>Frate di Marrazzo contro Alkemico</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 20:13:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[storie]]></category>

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		<description><![CDATA[Istigava alla coltivazione di droga Sequestrato il sito di Alkemico A far chiudere il sito è stato il prete pronto ad ospitare il governatore dopo lo scandalo. Intanto una nuova tegola per il negozio di smurt drugs: indagati per lesioni RIMINI &#8211; “La storia dell’Alkemico, discusso negozio che distribuisce “smart drugs” si intreccia con quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1461" title="alkemico" src="http://www.blog-franchising.com/wp-content/uploads/2009/11/alkemico.jpg" alt="alkemico" width="225" height="180" />Istigava alla coltivazione di droga Sequestrato il sito di Alkemico</p>
<p>A far chiudere il sito è stato il prete pronto ad ospitare il governatore dopo lo scandalo. Intanto una nuova tegola per il negozio di smurt drugs: indagati per lesioni</p>
<p>RIMINI &#8211; “La storia dell’Alkemico, discusso negozio che distribuisce “smart drugs” si intreccia con quella di Piero Marrazzo, l’ex governatore della regione Lazio ricattato da quattro carabinieri per le sue frequentazioni con i trans. E’ infatti emerso che a condurre l’ultima crociata contro i negozi in franchising ideati da un riminese, crociata che ha portato all’oscuramento del sito dell’Alkemico, è stato niente meno che il prete pronto a ospitare l’ex governatore all’indomani dello scandalo.</p>
<p>Probabilmente in questo momento è il padre abate più conosciuto d’Italia. Dieci giorni fa, era pronto ad ospitare nel suo antico monastero benedettino l’amico fraterno ed ex governatore della Regione Lazio, Piero Marazzo. Don Pietro Vittorelli è un sacerdote, al di fuori delle righe, giovane e laureato in medicina. Vive a stretto contatto con la realtà cittadina, si è fatto promotore della realizzazione di una casa per poveri e ieri mattina è sceso ancora una volta dal ’sacro monte’ per ringraziare la magistratura e la guardia di finanza di Cassino che hanno sequestrato gran parte del materiale contenuto all’interno del negozio Alkemico, il chiacchieratissimo franchising aperto in tutta Italia che tre giorni fa, grazie ad un’indagine della guardia di finanza della Compagnia di Cassino e del Nucleo telematico di Roma, ha portato alla denuncia dei titolari del franchising con sede a San Marino per il reato di istigazione all’uso di sostanza stupefacente. «Grazie alla guardia di finanza ed alla Procura di Cassino è stato possibile porre la parola fine ad una situazione divenuta insostenibile,fanno sapere dalla Curia. Era impensabile che i nostri giovani potessero avvicinarsi in maniera così semplice e banale al mondo della sostanza stupefacente». Lo stesso Padre abate, nel corso di un’omelia celebrata nel mese di agosto aveva segnalato la pericolosità della presenza di un negozio simile in città ed aveva chiesto alla forze dell’ordine e alla magistratura di intervenire in maniera energica.</p>
<p>La denuncia era scattata sia per l’amministratrice delegata del sito, difesa dall’avvocato riminese Massimiliano Orrù, che per il gestore del negozio di Cassino. E nelle ultime ore sull’Alkemico si è abbattuta una nuova tegola: l’avviso di conclusione indagini per lesioni personali e per esercizio abusivo dell’attività di farmacista (in concorso fra la riminese e il gestore del negozio di Civitanova Marche). L’accusa è di aver venduto, fino al gennaio del 2009 sostanze classificate come medicinali. “Si tratta di prodotti leciti &#8211; ha obiettato l’avvocato Orrù- e provviste di autorizzazioni rilasciate dal Ministero della Sanità”. Per quanto riguarda le lesioni mi risulta che non esistano prove documentali per sostenere l’accusa che, allo stato, è puramente teorica”.<br />
da romagnanoi.it</p>
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		<title>New YorK Il Mulino franchising</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Sep 2009 12:08:59 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[curiosità]]></category>
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		<description><![CDATA[Da Cagnano a New York: la storia dei fratelli Masci ed il loro Mulino NEW YORK. No, non è fantascienza ma la vicenda reale di due fratelli abruzzesi, emigrati in America nel 1976, dal minuscolo centro San Giovanni di Cagnano in provincia di Aquila. I protagonisti di questa roccambolesca avventura sono Fernando e Gino Masci, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Da Cagnano a New York: la storia dei fratelli Masci ed il loro Mulino</strong></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1291" title="il_mulino" src="http://www.blog-franchising.com/wp-content/uploads/2009/09/il_mulino-300x210.gif" alt="il_mulino" width="300" height="210" />NEW YORK. No, non è fantascienza ma la vicenda reale di due fratelli abruzzesi, emigrati in America nel 1976, dal minuscolo centro San Giovanni di Cagnano in provincia di Aquila. I protagonisti di questa roccambolesca avventura sono Fernando e Gino Masci, proprietari del piu’ famoso ristorante della Grande Mela “Il Mulino” che ospita presidenti, ambasciatori, avvocati, letterati, e chi piu’ ne ha piu’ ne metta.<br />
I presidenti Barack Obama e Bill Clinton sono i piu’ recenti clienti i quali la scorsa settimana hanno consumato “tet a tet” nella piu’ schietta privacy un pranzo davvero speciale.</p>
<p>Il nostro racconto parte 30 anni or sono. Il centro aquilano non offriva molto alla vita dei suoi operanti ma disoccupati cittadini. Fernando, il piu’ anziano, convince Gino a cambiare aria rattristati, ovviamente, di dover lasciare i genitori, gli amici, il superbo Gran Sasso ed il buon vino. Dopo aver trascorso un lungo tempo in ottimi ristoranti romani, imparando i segreti dell’arte culinaria, sbarcano in Canada, dove lavorano in buoni ristoranti, per poi passare, in America, la terra dei sogni ad occhi aperti.<br />
<strong><br />
Come avete scelto il nome del ristorante Il Mulino?</strong><br />
«Da bambini andavamo al mulino per racimolare un po’ di farina per la polenta invernale. Il mulino era divenuto il nostro club dove imparavamo anche l’arte e a vivere con la comunità. Quando ripenso a quei giorni, ho 63 anni, gli occhi mi si inumidiscono».<br />
Il rinomato tempio culinario, che si erge in un calmo angolo del Greenwich Village di New York ha clienti anche giapponesi e cinesi ma sono gli americani che gareggiano a provare le numerose pietanze,e come dice Gino, ogni cliente viene trattato al pari di una celebrità.<br />
<strong><br />
Anche in Canada, California, Las Vegas, Westchester ci sono locali son lo stesso nome. Siete forse padroni di tutti questi locali?</strong><br />
«No», risponde Gino «sono omonimi, ma&#8230; non parenti. Noi abbiamo venduto soltanto il marchio in franchising. Come puo’ constatare il nostro Mulino e’ gia’ un impegno non comune ed il telefono, Dio lo benedica, non cessa mai di trillare. Confesso che qualche annetto fa avevo deciso di ritirarmi per consumare parte della mia pensione sui monti abruzzesi, e al mare azzurro con i miei numerosi cugini, ma sei anni fa mia madre rese l’anima a Dio e Fernando mi convinse di “star quieto” ed eccoci qua».<br />
<strong><br />
Italiani turisti ne vedete sovente? </strong><br />
«Tanti, ed è un piacere. Qui son venuti tanti illustri personaggi, come il nostro onorevole Andreotti. Qualche anno fa il Quirinale ci conferì un <img class="alignright size-medium wp-image-1292" title="Masci_Fernando_Gino" src="http://www.blog-franchising.com/wp-content/uploads/2009/09/Masci_Fernando_Gino-300x218.jpg" alt="Masci_Fernando_Gino" width="300" height="218" />“riconoscimento” ma purtroppo non potemmo andare a ritirarlo per ragioni di lavoro».<br />
<strong><br />
Allora l’Abruzzo e’ passato nel dimenticatoio!!?</strong><br />
«Affatto, adesso trascorriamo molto tempo a Miami, non in vacanza ma a dirigere il nuovo ristorante:”Il Gabbiano”, simbolo marinaresco, un locale che non impieghera’ molto tempo per superare il&#8230; vecchio Mulino».<br />
<strong><br />
Dunque, New York e Miami, si dividono le vostre prelibate pietanze. Vuoi dirci qual è la piu’ richiesta?</strong><br />
«L’aragosta arrabbiata, preparata con peperoncino piccante e aglio e poi i ravioli ripieni di porcino,con crema di tartufo nero,che viene dall’Italia, affogati di champagne, sono imbattibili».</p>
<p><strong>Distacchiamoci brevemente dal “Mulino” e parliamo del “Gabbiano”.</strong><br />
«E’ un locale che contiene 200 persone. Cento nel settore coperto e cento sulla vasta terrazza, separata da una ampia vetrata, che si specchia sulla Baia di Key Biscaine. Lo spettacolo e’ veramente elettrizzante, e le pietanze sono come quelle del Mulino con l’aggiunta di qualche pesce esotico che a Miami abbondano».</p>
<p><strong>San Giovanni di Cagnano e’ stata colpita duramente dal sisma?</strong><br />
«Stando a quanto mi riferiscono i miei cugini le case hanno subito delle incrinature riparabili. Noi avevamo deciso di mandare una buona somma per i lavori ma mi dicono di attendere perchè la burocrazia sta subendo soste e allora&#8230; Tuttavia siamo sempre pronti a fare il nostro dovere, come quando, l’undici settembre 2001, le due Torri di New York vennero colpite donando dieci mila dollari».</p>
<p><strong>Gino, un’ultima curiosità: cosa hai servito ai due Presidenti americani?</strong><br />
«Diverse portate, tra le quali Capellini con aragostine e vongole al<br />
Presidente Obama e “bronzine” al sale con salsa di olio di limone e origano al simpatico Clinton».</p>
<p>Ed il conto&#8230; chi l’ha pagato?<br />
«Top secret questo&#8230; questione di Stato».<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Lino Manocchia</strong></p>
<p>da<strong> PRIMADANOI.IT<br />
</strong></p>
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		<title>Kabab International franchising</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2009 15:25:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La storia &#8211; Il palestinese e il cammello con gli occhiali Shockabab, lo straniero che dà lavoro ai veneti: «Ho vinto la diffidenza» Naser, 35 negozi e 400 dipendenti: ci ho messo otto anni Sul tavolo un libretto che la dice tutta: «Metti in pratica quello che sai». Alle pareti, accanto alla fo­to delle figlie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>La storia &#8211; Il palestinese e il cammello con gli occhiali<br />
Shockabab, lo straniero che dà lavoro ai veneti: «Ho vinto la diffidenza»<br />
Naser, 35 negozi e 400 dipendenti: ci ho messo otto anni<br />
</strong></em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-1286" title="shockabab" src="http://www.blog-franchising.com/wp-content/uploads/2009/09/shockbab.jpg" alt="shockabab" width="163" height="107" />Sul tavolo un libretto che la dice tutta: «Metti in pratica quello che sai». Alle pareti, accanto alla fo­to delle figlie e di un incontro con Arafat, il faccione di un cammello con occhiali e barbetta che somiglia a un cartone anima­to. Poco più in là le immagini colorate di mille e un menu che sono un inno dissa­crante al kabab. Naser Ghazal non sembra di ottimo umore. Comprensibile. Anche per lui sono giorni di Ramadan. Perfino qui si digiuna fino al tramonto, in questo angolo di Nord Est, in un capannone ac­quattato fra le villette, a due passi dal cen­tro di Zero Branco. Giornate faticose per il re del kabab, per questo palestinese quarantaquattrenne che in otto anni ha messo in piedi un impe­ro grazie al mitico involtone. La catena di franchising Kabab International, di cui Na­ser Ghazal è anima, corpo, creatività, orga­nizzazione, passato, presente e futuro ­nonché direttore commerciale &#8211; è un&#8217;ecce­zione a più regole. Alla faccia della crisi e oltre ogni luogo comune sull&#8217;immigrato. Dal 2001 a oggi l&#8217;attività è cresciuta del trecento per cento. E non ha subìto pause in quest&#8217;ultimo anno. Dal primo Shocka­bab a Mestre, al numero 35 che aprirà a ot­tobre a Paese.</p>
<p>In mezzo ci sono i locali di Marghera, Mogliano Veneto, Preganziol, Scorzè, Treviso, Conegliano, per scendere in Calabria, Campania, Abruzzo e in Sicilia, e risalire, con qualche Falafel in più, perfi­no in mezzo ai monti, a Valle di Cadore. L&#8217;impresa va pesata nel modo giusto. Nel 2001 Naser distribuiva e consumava nei suoi locali 300 chilogrammi al mese di kabab. Oggi la media mensile è di 40/50 tonnellate, con punte estive di 60. Un re­cord. Raggiunto anche grazie alla partner­ship con una Spa del settore, la Cattel Cate­ring di Jesolo. La storia di Naser Ghazal inizia in Pale­stina. Da qui parte nel 1983 per andare a studiare, a Roma, Marketing del turismo. «Ho scelto l&#8217;Italia per passione &#8211; racconta ­perché aveva vinto i Mondiali dell&#8217;82 e il mio amore a quell&#8217;epoca era il calcio». A Roma incontra il suo futuro nella ristora­zione. «Piano piano, non esageriamo. La mia è una famiglia povera, così, da studen­te andavo a lavare i piatti nei ristoranti, poi facevo il cameriere e ogni tanto anche lo chef in cucina. Non è mancata neppure la raccolta di pomodori. Ma intanto la pas­sione cambiava e, dopo la laurea, con tan­ta fatica perché a un palestinese nessuno dava credito men che meno le banche, so­no riuscito ad aprire un piccolo ristorante a Roma».</p>
<p>Ma quello non era il suo sogno. Ci vole­va qualcosa di più originale per sfondare. Bisognava davvero mettere in pratica quel­lo che sapeva e che intuiva. Una vacanza in Veneto e la decisione: si risale lo stivale e ci si butta in una nuova avventura nel no­me del kabab. Nella terra della Lega. Ma questa non è una storia di politica. Semmai di cultura gastronomica che abbat­te ogni confine e pregiudizio. «L&#8217;inizio non è stato facile. Gli italiani non conosce­vano affatto il kabab ed erano diffidenti. I miei clienti erano solo immigrati e i miei locali punti di ritrovo solo per loro. Per so­pravvivere sapevo di dover allargare il tar­get. Così ho pensato a introdurre nei me­nu anche la pizza, sempre a base di kabab. E poi qualcosa di divertente per i bambini. Il tutto in un locale pulito, colorato, simpa­tico, con i camerieri in guanti e cappello. Una cosa diversa insomma, su <img class="alignright size-medium wp-image-1287" title="kebab" src="http://www.blog-franchising.com/wp-content/uploads/2009/09/kebab-225x300.jpg" alt="kebab" width="225" height="300" />misura per il cliente italiano. Con tanto di gadget, lo­cali su 4 ruote, gruppo di fan su Face­book&#8230; ». L&#8217;esperimento ha avuto successo e il cammello con gli occhiali spopola. Oggi l&#8217;80 per cento dei clienti è italiano. Fami­gliole e morosi. Tutti con il panino in ma­no. Chi va da Naser per un nuovo Kaba­bPoint è sei volte su dieci un italiano, an­che perché il capitale richiesto per aprire un locale è di 52mila euro.</p>
<p>La catena dà la­voro ormai a quasi quattrocento persone, la grande maggioranza italiani. E promette di crescere oltre confine. «Abbiamo avuto richieste per Romania, Spagna e perfino Marocco — spiega Naser — ma ci muovia­mo con prudenza. Prima dobbiamo diven­tare ancor più forti a livello nazionale e fa­re attenzione alla concorrenza, spesso slea­le, dei grandi gruppi che hanno capito che questo è un mercato che crescerà ancora». Naser è cittadino italiano dal 1987. La sua famiglia d&#8217;origine vive sempre in Ci­sgiordania. Il suo essere un immigrato pa­lestinese gli ha creato problemi più per l&#8217;accesso al credito che per altri motivi. «Tante volte mi sono chiesto quante diffi­coltà avrei incontrato da straniero, qui in Italia, qui in Veneto. Quando ho iniziato sa­pevo che avrei dovuto accontentarmi, avrei dovuto lavorare a testa bassa, con onestà e sudore per venirne fuori. Così ho fatto. E a tutti quelli che mi parlano di raz­zismo, a coloro che pensano che l&#8217;immigra­zione sia solo delinquenza, beh, a tutti que­sti io rispondo con i fatti. Con il mio lavo­ro e le mie scelte». Tra queste ci sono un pulmino per il trasporto di persone con handicap, che la Kabab International ha contribuito ad acquistare per il Comune di Zero Branco, e la solidarietà ai terremotati d&#8217;Abruzzo ai quali in maggio è stato devo­luto l’incasso di una domenica di lavoro.<br />
<strong><br />
Macri Puricelli</strong></p>
<p>da<strong> IL CORRIERE DELLA SERA<br />
</strong></p>
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		<title>Al Qaida terrorismo in franchising</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 19:14:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La nuova strategia punta a obiettivi diffusi ma meno rilevanti Washington, 8 set. Al Qaida si sta trasformando da un&#8217;organizzazione terroristica centralizzata con bersagli globali in una struttura ramificata, con &#8220;agenzie&#8221; in franchising nelle diverse regioni del mondo e con obiettivi locali ( i cosiddetti soft targets). E&#8217; ciò che sostiene uno studio di Stratfor, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1239" title="al_qaeda1" src="http://www.blog-franchising.com/wp-content/uploads/2009/09/al_qaeda1-196x300.jpg" alt="al_qaeda1" width="196" height="300" />La nuova strategia punta a obiettivi diffusi ma meno rilevanti </strong></em></p>
<p>Washington, 8 set.</p>
<p>Al Qaida si sta trasformando da un&#8217;organizzazione terroristica centralizzata con bersagli globali in una struttura ramificata, con &#8220;agenzie&#8221; in franchising nelle diverse regioni del mondo e con obiettivi locali ( i cosiddetti soft targets).</p>
<p>E&#8217; ciò che sostiene uno studio di Stratfor, un centro studi di intelligence internazionale. Le numerose cellule, di dimensioni più ristrette, necessitano di minore addestramento e denaro, e si pongono quindi obiettivi più discreti.</p>
<p>Questo non significa, spiega il rapporto, che siano meno pericolose, &#8220;poiché debbono dimostrare il loro valore e le loro capacità tattiche&#8221;.</p>
<p>Secondo Stratfor il numero degli attacchi contro gli alberghi, ad esempio, è raddoppiato dopo l&#8217;11 settembre, rispetto agli otto anni precedenti. Il numero delle vittime, nello stesso periodo, è aumentato di sei volte. Gli alberghi sono i bersagli preferiti dagli estremisti islamici: obiettivo fisso, sostenuto traffico di clienti occidentali, perimetri di sicurezza vulnerabili. Lo svantaggio, da una prospettiva terroristica, è che gli attentati contro gli hotel generano &#8220;guadagni politici e ideologici&#8221; inferiori rispetto agli edifici governativi o alle basi militari, spiega il rapporto. Fcs</p>
<p>da <strong>APCOM.NET</strong></p>
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