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Nov
07

Frate di Marrazzo contro Alkemico

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alkemicoIstigava alla coltivazione di droga Sequestrato il sito di Alkemico

A far chiudere il sito è stato il prete pronto ad ospitare il governatore dopo lo scandalo. Intanto una nuova tegola per il negozio di smurt drugs: indagati per lesioni

RIMINI – “La storia dell’Alkemico, discusso negozio che distribuisce “smart drugs” si intreccia con quella di Piero Marrazzo, l’ex governatore della regione Lazio ricattato da quattro carabinieri per le sue frequentazioni con i trans. E’ infatti emerso che a condurre l’ultima crociata contro i negozi in franchising ideati da un riminese, crociata che ha portato all’oscuramento del sito dell’Alkemico, è stato niente meno che il prete pronto a ospitare l’ex governatore all’indomani dello scandalo.

Probabilmente in questo momento è il padre abate più conosciuto d’Italia. Dieci giorni fa, era pronto ad ospitare nel suo antico monastero benedettino l’amico fraterno ed ex governatore della Regione Lazio, Piero Marazzo. Don Pietro Vittorelli è un sacerdote, al di fuori delle righe, giovane e laureato in medicina. Vive a stretto contatto con la realtà cittadina, si è fatto promotore della realizzazione di una casa per poveri e ieri mattina è sceso ancora una volta dal ’sacro monte’ per ringraziare la magistratura e la guardia di finanza di Cassino che hanno sequestrato gran parte del materiale contenuto all’interno del negozio Alkemico, il chiacchieratissimo franchising aperto in tutta Italia che tre giorni fa, grazie ad un’indagine della guardia di finanza della Compagnia di Cassino e del Nucleo telematico di Roma, ha portato alla denuncia dei titolari del franchising con sede a San Marino per il reato di istigazione all’uso di sostanza stupefacente. «Grazie alla guardia di finanza ed alla Procura di Cassino è stato possibile porre la parola fine ad una situazione divenuta insostenibile,fanno sapere dalla Curia. Era impensabile che i nostri giovani potessero avvicinarsi in maniera così semplice e banale al mondo della sostanza stupefacente». Lo stesso Padre abate, nel corso di un’omelia celebrata nel mese di agosto aveva segnalato la pericolosità della presenza di un negozio simile in città ed aveva chiesto alla forze dell’ordine e alla magistratura di intervenire in maniera energica.

La denuncia era scattata sia per l’amministratrice delegata del sito, difesa dall’avvocato riminese Massimiliano Orrù, che per il gestore del negozio di Cassino. E nelle ultime ore sull’Alkemico si è abbattuta una nuova tegola: l’avviso di conclusione indagini per lesioni personali e per esercizio abusivo dell’attività di farmacista (in concorso fra la riminese e il gestore del negozio di Civitanova Marche). L’accusa è di aver venduto, fino al gennaio del 2009 sostanze classificate come medicinali. “Si tratta di prodotti leciti – ha obiettato l’avvocato Orrù- e provviste di autorizzazioni rilasciate dal Ministero della Sanità”. Per quanto riguarda le lesioni mi risulta che non esistano prove documentali per sostenere l’accusa che, allo stato, è puramente teorica”.
da romagnanoi.it

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Sep
19

New YorK Il Mulino franchising

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Da Cagnano a New York: la storia dei fratelli Masci ed il loro Mulino

il_mulinoNEW YORK. No, non è fantascienza ma la vicenda reale di due fratelli abruzzesi, emigrati in America nel 1976, dal minuscolo centro San Giovanni di Cagnano in provincia di Aquila. I protagonisti di questa roccambolesca avventura sono Fernando e Gino Masci, proprietari del piu’ famoso ristorante della Grande Mela “Il Mulino” che ospita presidenti, ambasciatori, avvocati, letterati, e chi piu’ ne ha piu’ ne metta.
I presidenti Barack Obama e Bill Clinton sono i piu’ recenti clienti i quali la scorsa settimana hanno consumato “tet a tet” nella piu’ schietta privacy un pranzo davvero speciale.

Il nostro racconto parte 30 anni or sono. Il centro aquilano non offriva molto alla vita dei suoi operanti ma disoccupati cittadini. Fernando, il piu’ anziano, convince Gino a cambiare aria rattristati, ovviamente, di dover lasciare i genitori, gli amici, il superbo Gran Sasso ed il buon vino. Dopo aver trascorso un lungo tempo in ottimi ristoranti romani, imparando i segreti dell’arte culinaria, sbarcano in Canada, dove lavorano in buoni ristoranti, per poi passare, in America, la terra dei sogni ad occhi aperti.

Come avete scelto il nome del ristorante Il Mulino?

«Da bambini andavamo al mulino per racimolare un po’ di farina per la polenta invernale. Il mulino era divenuto il nostro club dove imparavamo anche l’arte e a vivere con la comunità. Quando ripenso a quei giorni, ho 63 anni, gli occhi mi si inumidiscono».
Il rinomato tempio culinario, che si erge in un calmo angolo del Greenwich Village di New York ha clienti anche giapponesi e cinesi ma sono gli americani che gareggiano a provare le numerose pietanze,e come dice Gino, ogni cliente viene trattato al pari di una celebrità.

Anche in Canada, California, Las Vegas, Westchester ci sono locali son lo stesso nome. Siete forse padroni di tutti questi locali?

«No», risponde Gino «sono omonimi, ma… non parenti. Noi abbiamo venduto soltanto il marchio in franchising. Come puo’ constatare il nostro Mulino e’ gia’ un impegno non comune ed il telefono, Dio lo benedica, non cessa mai di trillare. Confesso che qualche annetto fa avevo deciso di ritirarmi per consumare parte della mia pensione sui monti abruzzesi, e al mare azzurro con i miei numerosi cugini, ma sei anni fa mia madre rese l’anima a Dio e Fernando mi convinse di “star quieto” ed eccoci qua».

Italiani turisti ne vedete sovente?

«Tanti, ed è un piacere. Qui son venuti tanti illustri personaggi, come il nostro onorevole Andreotti. Qualche anno fa il Quirinale ci conferì un Masci_Fernando_Gino“riconoscimento” ma purtroppo non potemmo andare a ritirarlo per ragioni di lavoro».

Allora l’Abruzzo e’ passato nel dimenticatoio!!?

«Affatto, adesso trascorriamo molto tempo a Miami, non in vacanza ma a dirigere il nuovo ristorante:”Il Gabbiano”, simbolo marinaresco, un locale che non impieghera’ molto tempo per superare il… vecchio Mulino».

Dunque, New York e Miami, si dividono le vostre prelibate pietanze. Vuoi dirci qual è la piu’ richiesta?

«L’aragosta arrabbiata, preparata con peperoncino piccante e aglio e poi i ravioli ripieni di porcino,con crema di tartufo nero,che viene dall’Italia, affogati di champagne, sono imbattibili».

Distacchiamoci brevemente dal “Mulino” e parliamo del “Gabbiano”.
«E’ un locale che contiene 200 persone. Cento nel settore coperto e cento sulla vasta terrazza, separata da una ampia vetrata, che si specchia sulla Baia di Key Biscaine. Lo spettacolo e’ veramente elettrizzante, e le pietanze sono come quelle del Mulino con l’aggiunta di qualche pesce esotico che a Miami abbondano».

San Giovanni di Cagnano e’ stata colpita duramente dal sisma?
«Stando a quanto mi riferiscono i miei cugini le case hanno subito delle incrinature riparabili. Noi avevamo deciso di mandare una buona somma per i lavori ma mi dicono di attendere perchè la burocrazia sta subendo soste e allora… Tuttavia siamo sempre pronti a fare il nostro dovere, come quando, l’undici settembre 2001, le due Torri di New York vennero colpite donando dieci mila dollari».

Gino, un’ultima curiosità: cosa hai servito ai due Presidenti americani?
«Diverse portate, tra le quali Capellini con aragostine e vongole al
Presidente Obama e “bronzine” al sale con salsa di olio di limone e origano al simpatico Clinton».

Ed il conto… chi l’ha pagato?
«Top secret questo… questione di Stato».

Lino Manocchia

da PRIMADANOI.IT

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Sep
18

Kabab International franchising

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La storia – Il palestinese e il cammello con gli occhiali
Shockabab, lo straniero che dà lavoro ai veneti: «Ho vinto la diffidenza»
Naser, 35 negozi e 400 dipendenti: ci ho messo otto anni

shockababSul tavolo un libretto che la dice tutta: «Metti in pratica quello che sai». Alle pareti, accanto alla fo­to delle figlie e di un incontro con Arafat, il faccione di un cammello con occhiali e barbetta che somiglia a un cartone anima­to. Poco più in là le immagini colorate di mille e un menu che sono un inno dissa­crante al kabab. Naser Ghazal non sembra di ottimo umore. Comprensibile. Anche per lui sono giorni di Ramadan. Perfino qui si digiuna fino al tramonto, in questo angolo di Nord Est, in un capannone ac­quattato fra le villette, a due passi dal cen­tro di Zero Branco. Giornate faticose per il re del kabab, per questo palestinese quarantaquattrenne che in otto anni ha messo in piedi un impe­ro grazie al mitico involtone. La catena di franchising Kabab International, di cui Na­ser Ghazal è anima, corpo, creatività, orga­nizzazione, passato, presente e futuro ­nonché direttore commerciale – è un’ecce­zione a più regole. Alla faccia della crisi e oltre ogni luogo comune sull’immigrato. Dal 2001 a oggi l’attività è cresciuta del trecento per cento. E non ha subìto pause in quest’ultimo anno. Dal primo Shocka­bab a Mestre, al numero 35 che aprirà a ot­tobre a Paese.

In mezzo ci sono i locali di Marghera, Mogliano Veneto, Preganziol, Scorzè, Treviso, Conegliano, per scendere in Calabria, Campania, Abruzzo e in Sicilia, e risalire, con qualche Falafel in più, perfi­no in mezzo ai monti, a Valle di Cadore. L’impresa va pesata nel modo giusto. Nel 2001 Naser distribuiva e consumava nei suoi locali 300 chilogrammi al mese di kabab. Oggi la media mensile è di 40/50 tonnellate, con punte estive di 60. Un re­cord. Raggiunto anche grazie alla partner­ship con una Spa del settore, la Cattel Cate­ring di Jesolo. La storia di Naser Ghazal inizia in Pale­stina. Da qui parte nel 1983 per andare a studiare, a Roma, Marketing del turismo. «Ho scelto l’Italia per passione – racconta ­perché aveva vinto i Mondiali dell’82 e il mio amore a quell’epoca era il calcio». A Roma incontra il suo futuro nella ristora­zione. «Piano piano, non esageriamo. La mia è una famiglia povera, così, da studen­te andavo a lavare i piatti nei ristoranti, poi facevo il cameriere e ogni tanto anche lo chef in cucina. Non è mancata neppure la raccolta di pomodori. Ma intanto la pas­sione cambiava e, dopo la laurea, con tan­ta fatica perché a un palestinese nessuno dava credito men che meno le banche, so­no riuscito ad aprire un piccolo ristorante a Roma».

Ma quello non era il suo sogno. Ci vole­va qualcosa di più originale per sfondare. Bisognava davvero mettere in pratica quel­lo che sapeva e che intuiva. Una vacanza in Veneto e la decisione: si risale lo stivale e ci si butta in una nuova avventura nel no­me del kabab. Nella terra della Lega. Ma questa non è una storia di politica. Semmai di cultura gastronomica che abbat­te ogni confine e pregiudizio. «L’inizio non è stato facile. Gli italiani non conosce­vano affatto il kabab ed erano diffidenti. I miei clienti erano solo immigrati e i miei locali punti di ritrovo solo per loro. Per so­pravvivere sapevo di dover allargare il tar­get. Così ho pensato a introdurre nei me­nu anche la pizza, sempre a base di kabab. E poi qualcosa di divertente per i bambini. Il tutto in un locale pulito, colorato, simpa­tico, con i camerieri in guanti e cappello. Una cosa diversa insomma, su kebabmisura per il cliente italiano. Con tanto di gadget, lo­cali su 4 ruote, gruppo di fan su Face­book… ». L’esperimento ha avuto successo e il cammello con gli occhiali spopola. Oggi l’80 per cento dei clienti è italiano. Fami­gliole e morosi. Tutti con il panino in ma­no. Chi va da Naser per un nuovo Kaba­bPoint è sei volte su dieci un italiano, an­che perché il capitale richiesto per aprire un locale è di 52mila euro.

La catena dà la­voro ormai a quasi quattrocento persone, la grande maggioranza italiani. E promette di crescere oltre confine. «Abbiamo avuto richieste per Romania, Spagna e perfino Marocco — spiega Naser — ma ci muovia­mo con prudenza. Prima dobbiamo diven­tare ancor più forti a livello nazionale e fa­re attenzione alla concorrenza, spesso slea­le, dei grandi gruppi che hanno capito che questo è un mercato che crescerà ancora». Naser è cittadino italiano dal 1987. La sua famiglia d’origine vive sempre in Ci­sgiordania. Il suo essere un immigrato pa­lestinese gli ha creato problemi più per l’accesso al credito che per altri motivi. «Tante volte mi sono chiesto quante diffi­coltà avrei incontrato da straniero, qui in Italia, qui in Veneto. Quando ho iniziato sa­pevo che avrei dovuto accontentarmi, avrei dovuto lavorare a testa bassa, con onestà e sudore per venirne fuori. Così ho fatto. E a tutti quelli che mi parlano di raz­zismo, a coloro che pensano che l’immigra­zione sia solo delinquenza, beh, a tutti que­sti io rispondo con i fatti. Con il mio lavo­ro e le mie scelte». Tra queste ci sono un pulmino per il trasporto di persone con handicap, che la Kabab International ha contribuito ad acquistare per il Comune di Zero Branco, e la solidarietà ai terremotati d’Abruzzo ai quali in maggio è stato devo­luto l’incasso di una domenica di lavoro.

Macri Puricelli

da IL CORRIERE DELLA SERA

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Sep
08

Al Qaida terrorismo in franchising

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al_qaeda1La nuova strategia punta a obiettivi diffusi ma meno rilevanti

Washington, 8 set.

Al Qaida si sta trasformando da un’organizzazione terroristica centralizzata con bersagli globali in una struttura ramificata, con “agenzie” in franchising nelle diverse regioni del mondo e con obiettivi locali ( i cosiddetti soft targets).

E’ ciò che sostiene uno studio di Stratfor, un centro studi di intelligence internazionale. Le numerose cellule, di dimensioni più ristrette, necessitano di minore addestramento e denaro, e si pongono quindi obiettivi più discreti.

Questo non significa, spiega il rapporto, che siano meno pericolose, “poiché debbono dimostrare il loro valore e le loro capacità tattiche”.

Secondo Stratfor il numero degli attacchi contro gli alberghi, ad esempio, è raddoppiato dopo l’11 settembre, rispetto agli otto anni precedenti. Il numero delle vittime, nello stesso periodo, è aumentato di sei volte. Gli alberghi sono i bersagli preferiti dagli estremisti islamici: obiettivo fisso, sostenuto traffico di clienti occidentali, perimetri di sicurezza vulnerabili. Lo svantaggio, da una prospettiva terroristica, è che gli attentati contro gli hotel generano “guadagni politici e ideologici” inferiori rispetto agli edifici governativi o alle basi militari, spiega il rapporto. Fcs

da APCOM.NET

Categories : storie, ultime notizie
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Aug
06

Videogame Halo diventa oav

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Halo diventa una serie a cartoni animati

di Antonio Dini

haloHalo, la serie di videogiochi che prima di salvare la Xbox, emise i suoi iniziali vagiti ad un Macworld, sbarca in televisione. Verranno realizzati dei “brevi” direttamente per il mercato casalingo, che in Giappone viene chiamato OAV (Original Anime Video). A realizzarlo, i registi di “classici” come Appleseed e Ghost in the Shell.
Quando uscì il trailer di Halo 3, in cui lo Spartan Master Chief si mette il caso e parte all’attacco degli alieni, era evidente a tutti. Lui e gli altri personaggi della serie di videogiochi Halo erano perfetti per una versione animata. In computer grafica o con il disegno tradizionale non importa: quando c’è un personaggio, lo si vede.
E lo sforzo dei Bungie Studios, ben conosciuti dagli amanti del Mac (per la nostra piattaforma avevano realizzato le serie Myth e prima ancora Marathon, senza contare la breve apparizione di Oni e il fatto che il primo episodio di Halo venne presentato in anteprima durante un Macworld a New York) era proprio in quella direzione. Creare dei personaggi per dare un’anima al gioco. Talmente ben riuscito che il primo Halo, uscito nel 2000 per la prima Xbox, divenne un successo capace di creare la prima kill app di quella piattaforma, sostanzialmente salvandola.
Adesso, dopo sei titoli per varie piattaforme, arriva il momento di portare il franchising verso altri lidi. E Halo potrebbe davvero dire molto nel mondo del cartone animato. Tanto che per realizzarlo Microsoft, proprietaria dal 2000 della Bungie, si è alleata con una serie di pezzi da novanta del mercato video, a partire dalla Warner Home Video, che si occuperà del coordinamento della produzione e soprattutto della distribuzione.
Come formula editoriale è stata infatti scelta quella degli OAV; sulla falsariga del mercato del cartone nipponico che da tempo produce halo1inediti direttamente per il mercato casalingo. Tendenza negli ultimi cinque o sei anni seguita anche dalla fantascienza televisiva statunitense, che alterna alle serie uno o due Dvd originali, come è accaduto con Stargate SG1 e Battlestar Galactica.
La produzione dei video, che sono stati annunciati allo scorso Comic-Con, affidata anche a 343 Industries, vede una serie di firme notevoli nel progetto: da Shinji Aramaki, regista dei film di Appleseed, a Mamoru Oshii, regista del primo film di Ghost in the Shell, nel ruolo di direttori creativi. Contribuirà al lavoro finale anche Joseph Chou di J-Spec Pictures.
Tra gli studios coinvolti direttamente per la realizzazione dei video ci saranno Bones Inc (Cowboy Bebop, Fullmetal Alchemist, Soword of the Stranger ed Eureka Seven); Casio Enternainment, noto soprattutto per gli effetti di computer grafica e che lavora con tutti i principali studios nipponici; Production I.G. che ha realizzato Ghost in the Shell, Jin-Roh e Blood: the last vampire. Ancora, Studio4′C (Animatrix e Batman Gotham Knight) e la Toei Animation per il coordinamento generale.
Anche la distribuzione sarà innovativa, perché a parte il Dvd verranno realizzati degli episodi distribuiti attraverso Xbox live, utilizzando un sotto-portale chiamato Halo Waypoint. La serie si chiamerà Halo Legends e toccherà varie fasi della vita e storia precedente e successiva del videogioco. Per l’Italia non ci sono date certe, il debutto negli Usa sarà sicuramente per questo autunno.

da MACITYNET.COM

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